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La nuova "inutile" legge sul consumo del suolo.




Oggetto di questo nostro articolo è la legge denominata "Contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato", una legge utilissima per la tematica ma che rischia, per la purtroppo tipica abitudine delle camere parlamentari degli ultimi anni, di trasformarsi in un'ennesima occasione mancata.

Sì, perché una legge in materia serve come il pane... ma purtroppo i presupposti del testo legislativo non rispettano le aspettative che si erano create attorno all'utilità del disegno di legge.

Un vero peccato, perché molti erano i punti che questa legge sul consumo del suolo avrebbe dovuto toccare: essa parla di valorizzazione e tutela del suolo “con particolare riguardo alle superfici agricole, alle aree sottoposte a tutela paesaggistica, al fine di promuovere e tutelare l’attività agricola, proteggere il paesaggio e l’ambiente, nonché contenere il consumo di suolo quale bene comune e risorsa non rinnovabile”. E scopo della legge era anche quello di ridisciplinare la materia in tema di “riuso, di rigenerazione urbana e di limitazione del consumo di suolo quali principi fondamentali in materia di governo del territorio".

Molti sono stati fin dalle prime discussioni in aula i pareri contrari: a partire dal Consiglio Nazionale degli Architetti, che, con la personalità importante del Dott. Giuseppe Cappochin, ha segnalato fin da subito la “farraginosità e complessità” del ddl e ha portato l’attenzione ad un intervento significativo mirato alla rigenerazione urbana e a politiche «finalizzate non solo al recupero edilizio delle nostre città, alla messa in sicurezza ed alla riabilitazione energetica del patrimonio edilizio, ma anche all’inclusione sociale, alla riqualificazione ecologica ed ambientale degli spazi urbani e dei territori metropolitani, alla mobilità sostenibile».

Pure l'ANCI (associazione dei comuni italiani) ha espresso le sue perplessità legate alla farraginosità della normativa.

Il testo ha l’obiettivo teorico di azzerare entro il 2050 il consumo di suolo, introducendo una serie di vincoli progressivi sull’utilizzo dei terreni agricoli ed incentivando il riuso e la rigenerazione urbana, ma una serie di aggiunte e modifiche hanno di fatto azzerato l'efficacia della legge. L'Italia ha uno dei record mondiali sul consumo di suolo verde: 7 mq al minuto, una superficie che nell'arco di una giornata corrisponde a circa 80 campi di calcio. Nel 2014 il suolo “consumato” ha così raggiunto il 7% del territorio nazionale, contro il 6,4% del 2006, il 5,7% del 1996 ed il 2,7 degli anni ’50. Parliamo di qualcosa come 21mila chilometri quadrati, ovvero 345 metri quadri per ogni abitante.

Un punto di grande criticità della normativa è dato dal far decidere ad un decreto del ministero delle Politiche agricole, di concerto con Ambiente, Beni Culturali e Infrastrutture e trasporti,  «la riduzione progressiva vincolante di consumo del suolo» a livello nazionale. Criteri e modalità verranno definite dalla Conferenza unificata (alla quale partecipano anche le regioni), che dovrà tenere conto delle specificità territoriali, delle caratteristiche dei suoli, delle produzioni agricole e dell’estensione delle coltivazioni (anche in chiave di sicurezza alimentare nazionale), della sicurezza ambientale, della pianificazione territoriale e dell’esigenza di realizzare opere pubbliche e fornire il suo parere entro 180 giorni dall’approvazione della legge, altrimenti subentra il governo.

Il rischio annunciato è che l'obiettivo diventi fin da subito una chimera irraggiungibile, messa sotto torchio degli interessi legati al mondo del mattone.

Restano fuori dalla nuova legge le infrastrutture e gli insediamenti produttivi strategici e di preminente interesse nazionale e le opere di interesse statale e regionale.

L’attuazione concreta del provvedimento compete alle Regioni che devono fissare criteri e modalità da rispettare nell’ambito della pianificazione urbanistica a livello comunale. Anche in questo caso a fronte di enti inadempienti decide il governo esercitando il proprio potere sostitutivo. La nuova legge prevede inoltre che entro il termine di 180 giorni le Regioni «dettano disposizioni per incentivare i comuni, singoli e associati, a promuovere strategie di rigenerazione urbana anche mediante l’individuazione negli strumenti di pianificazione degli ambiti urbanistici da sottoporre prioritariamente a interventi di ristrutturazione urbanistica e di rinnovo edilizio, prevedendo il perseguimento di elevate prestazioni in termini di efficienza energetica ed integrazione di fonti energetiche rinnovabili, accessibilità ciclabile e ai servizi di trasporto collettivo, miglioramento della gestione delle acque a fini di invarianza idraulica e riduzione dei deflussi». 

Ed è proprio qui che si evidenzia la maggiore delle criticità:
L’impianto è basato su un meccanismo a cascata, su quattro fasi: la prima vede lo Stato definire la riduzione del consumo di suolo, nella seconda la quantità è fissata su scala nazionale e poi ripartita tra le regioni; nella terza si afferma che ciascuna regione suddivide la sua quota tra i Comuni; la quarta e ultima vede i Comuni riformare i piani regolatori. 

Pur ponendo che il Governo provveda alla definizione del consumo di suolo su scala nazionale e pur considerando possibile che in tempi ragionevoli si attui la ripartizione della quantità tra le regioni, i problemi cominciano quando le regioni debbano suddividere questa quantità fra i Comuni e quando questi ultimi dovranno poi operare ciascuno sul rispettivo piano regolatore. Non è difficile immaginare che i tempi si prolungheranno all’infinito. E questo prolungamento dei tempi porterà ad una serie di ripetute infrazioni all'obiettivo cardine di questa legge che rischia di snaturarsi in un artificioso paradosso legislativo.

Un altro punto di grande criticità è dato dal meccanismo con cui la nuova legge intende regolare il cambiamento di destinazione dei fondi rurali: dall’entrata in vigore della legge e fino all’adozione dei piani regionali, e comunque non oltre il termine di tre anni, non è consentito il consumo di suolo tranne che per i lavori e le opere inseriti negli strumenti di programmazione urbanistica e per le opere prioritarie. Sono fatti comunque salvi i procedimenti in corso alla data di entrata in vigore della legge che consentono il consumo di suolo inedificato, nonché gli interventi ed i programmi di trasformazione previsti nei piani attuativi. Nel caso il termine di tre anni dovesse trascorrere inutilmente "regioni e province autonome non potranno autorizzare il consumo di suolo in misura superiore al 50 per cento della media di consumo di suolo di ciascuna regione nei cinque anni antecedenti". Non serve molto a capire come il legislatore abbia così fatto rientrare dalla finestra quel che la legge aveva voluto far uscire dalla porta.

Quali i possibili scenari? Qualcosa si poteva fare meglio?

Il dottor Vezio de Lucia, aveva avanzato una proposta di legge che imponesse ai comuni di provvedere entro un determinato periodo di tempo a perimetrare il proprio territorio tra superficie urbanizzata e non, ossia tra città e campagna sul modello della legge regionale della Toscana. Così facendo non si sarebbe mai assistito al proliferarsi di finestre temporali potenzialmente illimitate di vuoto legislativo.

La proposta legislativa non è stata però recepita, lasciando i possibili scenari futuri di difficile previsione. Un vero peccato, perché una legge sul consumo del suolo in Italia serviva e serve tuttora.

Autore Marco Sarto





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